Dopo aver chiuso la sua carriera da calciatore nel 2010, Sebastiano Siviglia si è immediatamente dedicato alla sua avventura da allenatore. Nel corso di un’intervista, l’ex difensore ha parlato a lungo della sua esperienza da allenatore, spiegando la sua idea di calcio ispirata a quella di Jurgen Klopp. Siviglia ha inoltre raccontato della sua esperienza alla Lazio, del rapporto con il presidente Lotito e delle vittorie in maglia biancoceleste.

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Una considerazione sulla sua carriera da allenatore

“Dopo aver smesso di giocare ho conseguito i vari patentini fino a quelli di massimo livello: ho preso quello di UEFA pro e ho intrapreso subito questo nuovo percorso. Mi sono visto sempre come un lavoratore da campo. Avevo fin da subito ben chiaro il mio modello di gioco, il mio modo di interpretare il calcio, le mie visioni. Ormai sono 7-8 anni che ho cominciato questo percorso. Nel futuro mi vedo frontman, primo uomo. Voglio guidare il prossimo club in prima persona. Sono andato via dal Lecce perché ho il piacere e il desiderio di iniziare un percorso nel calcio dei grandi. Ho allenato quattro squadre diverse a livello di settore giovanile, in totale ho fatto sette anni di esperienza in panchina.

L’idea di calcio di Sebastiano Siviglia

“Voglio fare un calcio propositivo. Per me è importante che ci siano principi di compattezza, di verticalità e di aggressività. Mi piace il calcio alla Klopp, un calcio rock, un calcio dominante con performance fatte ad un certo ritmo e ad un certo livello. Mi piace l’idea di dominare l’avversario. Al calcio spagnoleggiante preferisco un calcio verticale, fatto di attacchi alla profondità e di movimenti negli spazi, di inserimenti dei centrocampisti. Voglio che le mie squadre corrano in avanti: è questa la mia visione”


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La differenza tra l’esperienza alla Roma e quella con la Lazio

“Ho giocato con entrambe le squadre di Roma, ma l’esperienza più profonda l’ho vissuta con la Lazio. Penso che sia stata quella più importante della mia carriera perchè è arrivata verso la fine del mio percorso da calciatore. Roma è stata la piazza in cui ho vissuto il mio periodo più lungo di permanenza nella stessa squadra. Sono arrivato a 31 anni, ho fatto sei anni in un club come la Lazio: un finale di carriera strepitoso, non lo avrei mai potuto immaginare.

Il rapporto con Lotito, Tare e Inzaghi

“Sono stato uno dei primi acquisti di Lotito nel 2004. Ricordo ancora la telefonata che ho ricevuto dal presidente: ero a Valencia con il Parma per disputare un’amichevole, Lotito mi ha chiamato alle 2 di notte per chiedermi se volessi andare alla Lazio. Il presidente non aveva fatto giri di parole, la mia risposta fu immediata: ho detto si. Ho un grande ricordo di Peruzzi, Inzaghi e Tare. fin da subito ho preso Angelo come punto di riferimento: è una persona equilibrata e un grande campione, penso sia stato il più forte portiere con un abbia giocato. Non basterebbe una giornata per raccontare i momenti belli che ho condiviso con Tare e Inzaghi: a volte non è mancato qualche piccolo screzio, ma capita anche nelle migliori famiglie. Con Simone ho avuto un rapporto più intimo anche dal punto di vista familiare: siamo stati sempre insieme per parecchio tempo, avevamo e abbiamo ancora oggi un rapporto strepitoso. Con Tare è lo stesso. Penso che Lotito abbia fatto benissimo a puntare su di loro, ragazzi che conoscono bene l’ambiente e tengono alla Lazio in maniera speciale. Formano un gruppo solido, c’è sinergia tra di loro e i calciatori se ne accorgono. Se la Lazio funziona è perché al comando ci sono uomini che lavorano bene.

Quanto pesa indossare la 13 di Alessandro Nesta?

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“Pesa fino ad un certo punto. Nesta è stato un grandissimo calciatore e ha scritto la storia della Lazio come ha fatto negli altri club in cui ha giocato, compresa la Nazionale. Non sono stato io a scegliere quel numero ma il magazzinere Walter Pela: un giorno mi ha detto di prendere la 13. Con un po’ di imbarazzo ho chiesto se fosse la scelta giusta: l’anno prima avevo la 5. Sapevo di avere una bella responsabilità e di doverla onorare nella maniera più giusta. E qualche volta ho avuto il piacere di indossare la fascia da capitano”

La più grande soddisfazione da allenatore

“Personalmente la soddisfazione più grande è stata la vittoria della Coppa Italia contro la Sampdoria ai rigori. La Supercoppa è stata prestigiosa se consideriamo la squadra che abbiamo battuto perché l’anno dopo hanno vinto tutto. Siamo stati una delle poche squadre in grado di portare via qualcosa a quell’Inter stratosferica. Non dimenticherò mai gli ultimi 10 minuti: avevano messo in campo tutti i giocatori in grado di ribaltare la gara. C’è stato un assalto dell’Inter, un continuo martellare: è stata dura, ma siamo riusciti a reggere la loro onda d’urto e abbiamo ottenuto un trionfo prestigioso. Abbiamo vissuto un bellissimo periodo tra la finale di Coppa Italia e il giorno della Supercoppa a Pechino, sono stati due mesi fantastici”

L’avversario più difficile da marcare

“Ibrahimovic, perché possiede tutti i valori che sono l’espressione massima di un atleta. Dal punto di vista fisico è poderoso: è un armadio di un metro e novantasei con grande elasticità. E’ competitivo da morire, ha una grande tecnica, è forte di testa e nel gioco aereo, ha un bel tiro da fuori, ha precisione. E’ l’atleta perfetto. Ho avuto la fortuna di marcare tanti grandi giocatori: Baggio, Mancini, Shevchenko, Inzaghi, Edmundo e Batistuta. Ho giocato ad alti livelli nel periodo in cui c’erano i talenti più forti al mondo: dal 1996, quando ho iniziato la mia carriera, al 2010, quando ho smesso. L’essenza del calcio: da Ronaldo il Fenomeno ad Adriano fino a Mutu e Rui Costa. Da questo punto di vista mi sento fortunato.

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