L’NBA sta cercando da tempo la soluzione migliore per permettere alle squadre di riprendere il campionato da dove era stato interrotto. Il presidente della Lega Adam Silver ha sottoposto alcune opzioni alle squadre, che però non sembrano entusiaste di quanto ideato dagli organizzatori. Negli ultimi mesi si era parlato della possibilità di riunire tutte e trenta le franchigie nella città di Las Vegas, dove il virus ha faticato ad arrivare, o addirittura su un’isola delle Bahamas, comprata dalla stessa Lega nel caso in cui la soluzione fosse stata possibile. In ogni stato americano però, il virus è arrivato e ha colpito in maniera differente, e alcune squadre hanno avuto la possibilità di tornare ad allenarsi in gruppo, mentre altre sono ancora ferme.

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La nuova idea dell’NBA non convince le squadre

Nelle ultime ore però, ecco una nuova idea, riportata da Kevin O’Connor di The Ringer. La NBA sta valutando la possibilità di riprendere la stagione 2019/2020 con una fase a gironi con quattro gruppi da cinque squadre, dal quale verranno poi fuori le otto squadre che si contenderanno il titolo nelle Finals.
Le squadre in queste fasi a gironi sarebbero quindi 20, poiché alle prime 16 verrebbero aggiunte le quattro franchigie fuori dai playoff con il miglior record. Le squadre ad aggiungersi sarebbero quindi Portland Trail Blazers, New Orleans Pelicans, Sacramento Kings e San Antonio Spurs.

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Il presidente della NBA Adam Silver

L’idea è stata ben accolta da molti tifosi, ma dopo un primo giro di consultazioni è stata subito rigettata dalle squadre della Eastern Conference. Sempre secondo Kevin O’Connor, l’NBA avrebbe sottoposto l’idea alle teste di serie (Los Angeles Lakers, Milwaukee Bucks, Toronto Raptors e Los Angeles Clippers) dandogli anche la possibilità di scegliere i proprio gruppi con un draft.


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Questa ipotesi sembra pronta a chiudersi con un nulla di fatto quindi. La nuova formula proposta dalla NBA non ha infatti convinto le trenta franchigie. La disperata ricerca di soluzioni per riprendere a giocare continua, dato che la nuova formula non è stata approvata dalle squadre, che hanno risposto ad un sondaggio formulato dalla stessa Lega.
Lo stesso presidente, Adam Silver, è stato duramente criticato per la proposta fatta alle squadre che, secondo alcuni, non prende seriamente in considerazione i risultati ottenuti durante la stagione. Los Angeles Lakers e Milwaukee Bucks sono state le prime a dire di no alla proposta della fase a girone, seguite poi dai 3/4 delle altre franchigie. E’ chiaro che le squadre ai vertici delle classifiche delle due Conference preferiscano sfidare l’ultima testa di serie, piuttosto che affrontare un girone all’italiana e rischiare di non avere la stessa brillantezza avuta per tutti questi mesi.
Dai sondaggi condotti dalla Lega NBA, è emerso che il 75% delle squadre preferirebbe vedere impegnate solo le squadre ai margini della zona valida per i playoff in un mini-torneo che stabilisca quali possano essere le squadre ammesse alla postseason.
Sempre secondo i sondaggi condotti dall’NBA, più della metà delle squadre sarebbe invece favorevole ad un completo reseeding, ovvero all’assegnazione delle teste di serie da 1 a 16 solo sulla base dei record, senza quindi considerare più le differenze “geografiche” delle due Conference. Le trenta franchigie si sono invece spaccate perfettamente in due sulla possibilità di non considerare quanto già accaduto nel corso della stagione, di annullare tutto e ripartire solo con i playoff.

I giocatori NBA protestano per la morte di George Floyd

Mentre l’NBA pensa alla ripartenza delle partite, molti giocatori stanno protestando per quando accaduto a Minneapolis. Pochi giorni fa infatti, George Floyd, un ragazzo afro-americano di 46 anni, è stato ucciso violentemente da un poliziotto che lo aveva arrestato dopo un controllo. L’agente di polizia lo ha fermato a terra mettendogli un ginocchio sul collo per diversi minuti, cosa che ha causato la morte per soffocamento di Floyd. Dopo la pubblicazione del video che ha ripreso quanto accaduto, le grida disperate di George Floyd che continuava a ripetere “I can’t breathe” (non riesco a respirare) sono diventate motivo di protesta nella città americana, che ora sta vivendo una vera e propria guerriglia urbana tra i protestanti e la polizia.
Molti giocatori dell’NBA, molto sensibili al difficile tema del razzismo negli Stati Uniti, hanno espresso il dolore dolore per l’assurda vicenda accaduta in Minnesota.
Stephen Jackson, ex cestista e campione NBA 2003 con i San Antonio Spurs, è stato il primo ad esprimere il suo dolore per la morte di George Floyd. I due non solo si conoscevano, ma erano amici fraterni, essendo cresciuti insieme, come lo stesso Jackson ha voluto raccontare dopo la tragica notizia.
“Tutti sanno che ci chiamavamo l’un l’altro “Gemello”. era andato in Minnesota per cambiare la sua vita guidando camion, gli avevo mandato due o tre scatole di vestiti, stava facendo la cosa giusta, era una persona onesta. E voi avete ucciso mio fratello… Ora andrò a Minneapolis, farò tutto ciò che mi è possibile per non far passare la vicenda sotto silenzio”. 

Oltre a Stephen Jackson, sono stati molti i giocatori dell’NBA ad esprimere il proprio cordoglio e la rabbia per quanto successo.
Lebron James, sempre molto attivo nella lotta al razzismo in America, ha pubblicato una foto del poliziotto che ha ucciso George Floyd insieme ad una foto che mostra Colin Kaepernick, giocatore di football americano che si era inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita, per protestare contro i crimini della polizia contro gli afroamericani, spesso rimasti impuniti.

Lebron James ha poi aggiunto: “Adesso capite??!! O siete ancora confusi? #stateallerta. Adesso capite perché continuiamo a protestare?”. 
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