Manca poco meno di un mese alla ripartenza dell’NBA, ma tutte le squadre vivono ancora un momento di profonda incertezza. Il momento che gli Stati Uniti d’America stanno vivendo però, non è affatto semplice, e questo sta avendo importanti ripercussioni anche tra i cestisti di tutte le squadre. L’NBA è spaccata in due: da una parte ci sono i giocatori contrari alla ripartenza, che stanno protestando per i diritti degli afroamericani, mentre dall’altra c’è la Lega, che sembra non volersi esprimere sul problema, concentrandosi quindi sul ritorno in campo nell’oasi di Disney World a Orlando, in Florida. L’NBA, e il suo presidente Adam Silver, hanno però deciso di andare incontro ai giocatori che protestano, scegliendo di non attenuare alcuna azione disciplinare nei confronti dei giocatori che preferiscono non scendere in campo a Orlando.
Tutti i giocatori avranno tempo fino al 24 giugno per comunicare la propria scelta. Chi preferirà non scendere in campo non andrà incontro a nessuna sanzione da parte della Lega NBA, ma vedranno una riduzione dello stipendio dell’1,1% per ogni partita non giocata, fino ad un massimo di 14 match.

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La protesta dei giocatori NBA sulla ripresa del campionato a Orlando

In questo momento sono molti i protagonisti dell’NBA che sembrano avere intenzione di non tornare in campo per la ripresa del campionato. Giocatori importanti come Lillard, Howard, CJ Collum e Avery Bradley stanno protestando a favore del movimento “Black Lives Matter”, per i diritti degli afroamericani, dopo l’omicidio di George Floyd causato da un agente di polizia.

Damian Lillard si è espresso sulla questione, nel corso di un’intervista, denunciando la mancanza di parità di trattamento tra bianchi e neri negli Stati Uniti, e dei problemi della polizia con le minoranze, che hanno portato spesso ad episodi di violenza e, come nel caso di George Floyd, all’omicidio.
Il vero leader della protesta è Avery Bradley, giocatore dei Los Angeles Lakers che ha dichiarato, in un’intervista a ESPN che prima di Orlando si aspetta di sentire una proposta realistica dei proprietari, dirigenti e sponsor sul loro reale supporto alla causa del Black Lives Matter.


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Le parole di Avery Bradley sul razzismo e l’NBA

Ecco la dichiarazione di Avery Bradley:
“Protestare durante un inno, indossare una T-shirt, è fantastico, ma noi vogliamo vedere azioni reali messe in atto. Il fardello delle donazioni alle comunità nere pende in maniera totalmente sproporzionata su noi giocatori. Io spero che molti più proprietari seguano l’esempio dei proprietari Mark Cuban e Michael Jordan nelle donazioni. L’attuale presa di distanza non combatte direttamente il razzismo sistematico. Ma va evidenziata la realtà che senza gli atleti neri, oggi la NBA non sarebbe ciò che è. La Lega ha la responsabilità di aiutare la comunità a emanciparsi, così come noi abbiamo rafforzato il brand NBA. Io sono d’accordo con i giocatori che voglio andare a Orlando per dare un contributo alle loro comunità. Ma quanti realmente riusciranno a farlo in quella bolla?”

La cornice di Disney World che ospiterà le squadre NBA

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Disney World si prepara ad ospitare l’NBA

La cornice di Disney World sembra in effetti una vera e propria bolla, come in molti la stanno definendo. La NBA ha infatti preparato diverse attività per permettere a tutti i giocatori coinvolti due mesi al massimo nella splendida cornice di uno dei parchi più amati del mondo. I cestisti potranno usufruire di una dose di servizi all’interno di Disney World, tra cui proiezioni giornaliere di film, organizzazione di DJ set, sale giochi, ping pong, biliardo e giochi sul prati. Ma anche concerti all’aperto, commedie dal vivo e accesso al parco e alle sue attrazioni, ma la dirigenza del parco potrebbe concedere ulteriori confort ai giocatori NBA.
Per le star del basket sarà inoltre possibile avere accesso ad un lounge bar, a numerose piscine, barbieri personali, manicure e pedicure, e ad un concierge VIP disponibile 24 ore su 24. Tutte e ventidue le franchigie saranno divise nei tre hotel più lussuosi del parco, in base al seeding, e avranno a disposizione quello che è stato definito un “team culinario Disney”, che creerà menu personalizzati per ogni squadra.
Una cornice veramente lussuosa, che non ha impedito ad alcuni giocatori di polemizzare. Dato il brutto momento che gli Stati Uniti stanno vivendo, ad alcuni è sembrato eccessivo che l’NBA abbia organizzato la ripresa del campionato a Orlando, in uno dei parchi più grandi del mondo. Inizialmente si era pensato di portare tutte le squadre a  Las Vegas, città poco toccata dalla pandemia di Covid-19, ma alla fine si è preferito optare per portare tutti in Florida. La ripresa sembra comportare alcuni problemi, ma la sensazione generale è che, alla fine, il campionato 2020 dell’NBA possa essere portato a termine.

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