La ripresa ufficiale della NBA è ad un passo. Le squadre coinvolte in questa seconda parte della stagione 2019/2020 sono già arrivate al Disney World di Orlando, in Florida, per prepararsi alle prime partite che verranno affrontate. I giocatori si stanno allenando sui campi appositamente creati dalla NBA, in un’atmosfera del tutto inedita e surreale, data la location e l’assenza dei tifosi sugli spalti. Nonostante la ripresa sia vicina, le domande intorno all’NBA rimangono tante. La situazione in Florida non è certo delle migliori, dato che il virus sta creando sempre più infetti e, nonostante le squadre siano in quella che viene chiamata da tutti “bolla” il rischio rimane. Cosa fare in caso di nuovi contagi? Questa è la domanda che in molti si fanno, ma alla quale Adam Silver, presidente della NBA, non ha ancora dato una risposta. A tutto questo si aggiunge la difficile situazione degli Stati Uniti d’America, dove dopo l’omicidio di George Floyd per mano di un ufficiale di polizia, le proteste contro il razzismo sono sempre più forti. La questione ha toccato ovviamente anche l’NBA, dove i giocatori hanno ottenuto la possibilità di mostrare messaggi a favore della protesta del “Black Lives Matter” sulle proprie maglie, cercando così di sensibilizzare gli spettatori. La situazione non è quindi delle più rosee e a tal proposito si è espresso Marco Belinelli. Il cestista italiano, attualmente in forza ai San Antonio Spurs, in un’intervista a Sky Sport ha parlato della particolare situazione che l’NBA sta vivendo, spiegando anche di aver scelto di mandare un messaggio scrivendo semplicemente “uguaglianza” sulla propria maglia.

Belinelli
Belinelli

Qual è stato il primo impatto con la “bolla” di Disney World?

“Per me, ma come un po’ per tutti, è un mondo tutto nuovo. Abbiamo fatto il test e poi tutti chiusi in camera. E’ una sensazione strana, ma ci sentiamo sicuri in questa bolla. Fa caldo, ma non posso certo lamentarmi. Il cibo? I primi due giorni è normale che non sia dei migliori. Non è caldo, ma sono problemi ‘tra virgolette’. Ho mangiato qualcosa, sono sicuro che tra qualche giorno andrà tutto meglio. Molti si stanno lamentando, e hanno anche ragione, ma vista la situazione non posso definirmi scontento, perché sono comunque un privilegiato”

Il messaggio di Marco Belinelli contro il razzismo

Belinelli

Belinelli con la maglia degli Spurs

Sono contento che la Lega abbia permesso ai giocatori di mostrare messaggi di solidarietà sulle magliette. Io ho scelto di mettere la scritta ‘uguaglianza’. I miei compagni scriveranno ‘equality’. All’inizio potevamo mettere scritte solo in lingua inglese, ma poi l’NBA ha permesso ad ognuno di noi di mostrare frasi o parole nella propria lingua madre. Da italiano, mi sembra giusto scriverlo nella nostra lingua”


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Quale sarà il suo futuro in NBA?

Al momento non riesco a focalizzarmi sulla free agency. Stiamo vivendo una situazione particolare, è difficile prendere scelte importanti. L’unica cosa che posso dire è che la mia intenzione è di rimanere in NBA almeno per altri due o tre anni. Credo di poter dimostrare qualcosa in questo mondo, non sono certo finito”

JJ Redick parla del razzismo negli Stati Uniti

Tra gli atleti coinvolti nella “bolla” (ormai viene definita così da tutti) di Disney World a Orlando, c’è JJ Redick. Nel corso di un’intervista, il giocatore dei New Orleans Pelicans ha parlato della sua esperienza con il razzismo. Nonostante Redick non sia afroamericano, nel corso della sua infanzia e della sua adolescenza vissuta in Tennessee ha potuto vedere con i propri occhi il razzismo contro i suoi amici di colore, imparando l’importanza della lotta a questa piaga sociale.

Il racconto di Redick

Fin da piccolo ho potuto vedere come il razzismo sia una vera e propria piaga negli Stati Uniti. Io sono nato in una famiglia con cinque figli, e con i miei genitori vivevamo in un modo molto particolare. Mio padre e mia madre erano come degli hippie, e ci hanno cresciuto insegnandoci a rispettare il prossimo. Uno stile di vita alternativo. Avevamo una fattoria, e ci siamo mossi più volte fino ad arrivare a Roanoke, dove sono cresciuto. Nel momento in cui ho iniziato a frequentare le scuole pubbliche ho cominciato a giocare a basket. La squadra, un po’ come in tutta l’America, era ovviamente un mix tra ragazzi bianchi, neri o di altre etnie. Ho capito subito, parlando con gli altri ragazzi, che le comunità di colore venivano trattate in modo nettamente diverso, dal modo in cui parlavano della famiglia, di andare a scuola o al centro commerciale. Episodi brutti mi sono capitati spesso, non a me direttamente ma ai miei amici. Andavamo spesso in un centro commerciale, con i miei compagni di classe o con la mia squadra di basket, e ogni volta vedevo come le persone dentro ai negozi guardavano me in un modo e i ragazzi neri in un altro. Non facevano niente di male, ma venivano guardati sempre come dei potenziali pericoli, come se da un momento all’altro potessero rubare qualcosa o far del male a qualcuno. Ovviamente non era così, erano bravissimi ragazzi, ma a volte la gente ha troppi pregiudizi e fatica a capire. Spero che un giorno le cose possano migliorare davvero, tutto questo non è giusto”

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