Dopo aver rilasciato una dichiarazione pochi giorni fa, in occasione dell’uscita della sua autobiografia in Italia, Andre Iguodala torna a parlare. questa volta l’ex stella dei Golden State Warriors ha parlato di argomenti molto più intimi, spiegando come il problema del razzismo sia insito nella cultura della popolazione americana, e di quanto sia difficile superare questo problema. Il tre volte campione NBA si è definito un “nero del terzo tipo”, spiegando come fin da piccolo sia stato abituato a non farsi piegare dal razzismo nei suoi confronti, continuando a seguire i suoi sogni a testa alta. In più Iguodala ha parlato della sua esperienza ai Golden State Warriors e dei suoi compagni stellari Stephen Curry e Kevin Durant.

Iguodala
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Iguodala parla del problema del razzismo negli Stati Uniti

“Sono nato a Springfield, in Illinois. Quello che oggi la gente chiamerebbe un ghetto dei neri. E dove ieri, nel 1908, un gruppo di persone di colore venne massacrato, condannato e impiccato, per crimini che ovviamente non aveva commesso. L’errore giudiziario, se così vogliamo chiamarlo, è stato riconosciuto solo un secolo dopo, nel 2008. Perché tutto questo tempo? Mia nonna mi disse una volta che Springfield era un posto dove se non fossi stato attento, avrei rischiato di rimanerci per sempre. Ecco la definizione di ghetto. Io ne sono uscito applicando regole che non avevo scelto io, imparando a stare in equilibrio. Da una parte dicevo sissignore, nossignore, come la gente ci immagina, e dall’altra intanto pensavo che non avrei mai permesso a nessuno di mancarmi di rispetto. E’ stato difficile, e lo è ancora. E’ difficile perchè tutti noi afroamericani siamo obbligati ad accettare un compromesso. Nessuno si sorprende se infrangiamo le regole o siamo fuori controllo, è quello che la gente sotto sotto si aspetta da noi. Quando mostriamo di essere integrati, di parlare il linguaggio dell’America bianca, ecco che ci guadagniamo un pass provvisorio di rispettabilità. Se facciamo i neri “buoni” veniamo accettati e, in un cambio taciuto, non mettiamo in dubbio la società bianca, non la sfidiamo apertamente”


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“Un nero del terzo tipo”

“Io spero di essere un nero del terzo tipo. Quello che conosce la propria storia e le proprie radici, e che non ha paura di dire cose capaci di mettere a disagio il razzista che c’è in ciascuno di noi. Un nero che sa quel che succede nel mondo, che ci lavora dentro, che fa business, e non accetta di farsi chiudere in prigione o in un ghetto, che sia fatto di mattoni o di ignoranza. Quando giocavo con i Philadelphia 76ers ho parlato a lungo di questo con Allen Iverson. Ha avuto un’infanzia terribile. Una situazione di disagio e miseria estrema, dove ogni giorno si lottava per sopravvivere, in senso letterale, non lo si dice tanto per. Quando passi attraverso certe cose, non hai paura di niente, neppure del giudizio degli altri. A lui non importava nulla di quel che pensava la gente” 

Iguodala parla della sua esperienza ai Golden State Warriors

Iguodala

Iguodala con la maglia dei Golden State Warriors

“Quando Steve Kerr mi disse che non sarei più partito in quintetto, ci rimasi male, ma davvero tanto. Poi ho capito che non è necessario essere nel quintetto base per cambiare la partita. Io entravo con l’obiettivo di togliere ritmo agli avversari con la mia difesa. Direi che ha funzionato. Steph Curry? E’ il più grande “underdog” di sempre. Non viene da un grande college, non è alto, ma ha cambiato il gioco. Tutti sanno come tira, va bene, ma devo aggiungere solo una cosa: e’ incredibilmente atletico, ma anche in questo settore è considerato poco. Per quanto riguarda Durant invece, penso sia il giocatore più dotato del mondo, compreso Lebron James. A causa del fisico particolare si deve allenare ancora più degli altri, eppure ogni sera gioca a livelli eccelsi. La gente non capisce quanto sia bravo nel ball handling, il controllo di palla. Uno dei più grandi della storia”

Una considerazione sul mondo “spietato” dell’NBA

“In questo sport non si guarda in faccia a nessuno. Alla fine della mia prima stagione con i Warriors, ebbi un colloquio con Mark Jackson, il coach, adorato da tutta la squadra. Mi disse che la stagione seguente avremmo fatto grandi cose, mi diede i punti sui quali lavorare dopo l’estate. Mezz’ora dopo la fine di quella chiacchierata andai su Twitter e appresi che era stato appena licenziato. Ma posso fare un altro esempio. Michael Jordan è un idolo per me, e un modello per tutti i giocatori che sono arrivati dopo di lui. A Philadelphia ebbi come coach Doug Collins, suo ex allenatore. Una volta mi disse che Jordan aveva visto la mia ultima partita ed era rimasto molto colpito dalla mia prestazione. Mi si mozzava il fiato, ero al settimo cielo. Un giorno un mio compagno di squadra, amico di Jordan, mi disse che lui non ci pensava nemmeno di vedere le nostre partita. Collins mi aveva preso in giro per mesi. Si, l’NBA è un mondo spietato…”

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