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Era l’uomo più discusso nelle due settimane che hanno accompagnato la Juventus al ritorno di Champions League contro l’Atletico Madrid, lo è tuttora a capolavoro ottenuto. No, non è Cristiano Ronaldo il personaggio in questione, più che un leader, figura istrionica e carismatica per eccellenza, ma dell’uomo seduto in panchina, Massimiliano Allegri, mai solo “tollerato” dai sostenitori bianconeri ma semplicemente amato o odiato: bianco o nero, appunto.

Allegri e la Juve, la forza nella debolezza

Figura dunque polarizzante per il suo popolo nonché per una larga fetta di stampa, l’allenatore livornese ha artefatto in maniera maniacale il destino della Juventus con una gara da antologia, una partita che egli stesso ha spesso definito come “una di quelle che si prepara da sole a causa della loro importanza”, ma che dietro questo velo d’umiltà ammanta la cura dei dettagli determinante per il 3-0, unico risultato possibile e raggiunto brillantemente.

Umiltà appunto, anch’essa diametralmente opposta alla spavalderia con il quale il tecnico juventino difende il proprio lavoro nelle uscite pubbliche, col quale ricorda i cinque anni di successi, trofei e reputazione internazionale che talvolta passa per la norma pur non essendola, ma che determina al 100% il suo lavoro. Ed effettivamente, l’umiltà è ciò che serve per poter correggere i propri errori, a comprendere l’approccio totalmente sbagliato dell’andata e rimediare in corsa in maniera fulminante, più di una giocata di Bernardeschi, più di una sgroppata di Spinazzola, più di un gol di CR7. In realtà Allegri, più che sembrare la reincarnazione di Dr. Jeckyll&Mr Hyde è un allenatore che ci ha abituati alla sua capacità di apprendere da quanto sbagliato in precedenza: in campionato, con le splendide rimonte delle stagioni 2016/2017 e della scorsa, ottenute anche per merito di una serie di accorgimenti tattici permanenti, e in Champions League: lo scorso anno contro il Totthenam e nella rimonta solo sfiorata contro il Real Madrid.

Allegri e la Juve, la svolta caratteriale

Questa invece, di rimonta, ha un sapore speciale, perché fornisce quasi l’impressione di una piena maturazione. Basti pensare alla sostituzione Dybala/Spinazzola, che ha spiazzato non solo gli spettatori sul divano, ma persino i protagonisti in campo, per qualche istante spaesati e poco consci dell’assetto da adottare anche perché abituati a quel punto della partita a coprirsi, ad arretrare dietro la linea della palla, all’ingresso del Barzagli/De Sciglio di turno per innalzare il fortino della difesa a tre, spesso croce e delizia del cammino europeo della Juve in passato. La Juventus invece ha continuato a imporre la propria presenza, Allegri ha deciso che sarebbero dovuti essere i suoi a dettare legge in campo, con buona pace del povero Caceres, già di fianco al quarto uomo pronto all’ingresso e poi costretto al ritorno in panchina.

Uno scenario da Sliding Doors che testimonia il trionfo del coraggio in luogo della proverbiale “halma” largamente professata negli anni, senza debordare nella nevrosi, come affermato nella conferenza stampa post partita, coadiuvata da tutt’una serie di scelte vincenti, come quella della promozione di Spinazzola tra i primi undici, capace di far letteralmente ammattire la fascia destra colchonera, quella di Pjanic mezzala con licenza di agire al limite dell’area avversaria, sostituito nella mediana da un monumentale Emre Can, impetuoso, padrone e vincitore di ogni singolo contrasto o seconda palla e capace di coprire allo stesso tempo i buchi lasciati da Cancelo sulla fascia destra; menzione d’onore tuttavia anche per la titolarità di Bernardeschi, dotato della fisicità giusta per affrontare ad armi pari la rocciosa retroguardia madrilena e la cui scelta non ha assolutamente rappresentato una bocciatura per Paulo Dybala, arma preziosa al suo ingresso in campo, abile nel portare a spasso tre giocatori per volta ad ogni tocco di palla e sfinire definitivamente l’avversario, perché tanto per citare nuovamente il tecnico livornese, le partite si preparano sulla base di 14 giocatori.

Ecco dunque che si può nuovamente tornare a parlare di quarti di finale, di stagione che continua senza cadere nella noia domenicale di un campionato già ampiamente concluso, di ambizione, di obiettivo Champions tangibile, a partire dalla doppia sfida con l’Ajax di Dušan Tadić che ha eliminato i campioni in carica del Real Madrid, con la consapevolezza ritrovata di essere tra le favorite, ma soprattutto del fatto che il destino può essere modificato in corsa, con coraggio, umiltà, una buona dose di “halma”, e la giusta fiducia verso quell’uomo amato quanto odiato seduto in panchina.

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Andrea Troccoli

Andrea nasce a Foggia nel 1992, i suoi principali interessi sono sempre stati lo sport, la tecnologia e la finanza. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Bologna, si è laureato in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d'Impresa presso la Sapienza, Roma. Da anni vive a Roma e, come addetto Marketing per Nextwin, può mettere in pratica le conoscenze acquisite e abbinarle alle sue passioni.

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