Dopo una vita al Sassuolo, Francesco Acerbi è diventato una colonna della difesa della Lazio. Difensore incredibile, è diventato l’idolo dei tifosi biancocelesti, anche grazie all’incredibile storia della sua vita. Nel corso di un’intervista al portale “Ultimo Uomo”, Acerbi ha raccontato la sua battaglia contro il tumore, e di come la malattia lo abbia aiutato a superare un grave problema con l’alcol.

Acerbi
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Acerbi salterà la sfida contro il Bologna, ma vuole recuperare per l’Atalanta

Dopo 99 partite consecutive, Francesco Acerbi è stato costretto a fermarsi per un infortunio alla coscia, saltando così la sfida tra la sua Lazio ed il Genoa. Dal 2017 ad oggi, nessuno in Serie A ha giocato tante partite quanto lui. Vederlo nella lista infortunati è incredibilmente insolito. In due anni di Lazio infatti, Acerbi ha saltato solo due partite, lo scorso anno a causa di un’espulsione rimediata contro il Napoli, ora per infortunio. Sembra che il difensore salterà anche la sfida all’Olimpico contro il Bologna, e punti a tornare per la supersfida contro l’Atalanta.
Il fastidio alla coscia durava da giorni, ma Acerbi aveva deciso di provare comunque a giocare, salvo poi vedersi costretto a rinunciare nel corso del riscaldamento. La Lazio spera che non ci siano lesioni, per evitare uno stop ancora più lungo.

La speranza di recuperarlo è stato uno dei motivi che hanno portato la Lazio a non concedere all’Atalanta l’anticipo al venerdì precedente, provocando l’ira di Percassi. Simone Inzaghi può stare tranquillo, visto il buon responso sul campo di Denis Vavro, che nella prima partita da titolare in campionato non ha fatto sentire l’assenza del numero 33. L’allenatore biancoceleste recupera inoltre Luiz Felipe, di ritorno dopo la squalifica per somma di ammonizioni.

Il racconto di Francesco Acerbi

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Acerbi esulta dopo il goal nel derby contro la Roma

Francesco Acerbi ha dimostrato in questi due anni di Lazio di essere un faro per i suoi compagni di squadra. Intelligenza tattica, tranquillità, leadership. Un vero e proprio capitano in campo, nonostante la fascia sia sul braccio di Senad Lulic. Tutto il contrario dell’Acerbi di alcuni anni fa, che a causa di una vita difficile si stava perdendo in un pericoloso tunnel. In una lunga intervista al portale “Ultimo uomo”, Acerbi ha raccontato la sua vita e il periodo della malattia. Dopo aver scoperto di avere un tumore ai testicoli, il difensore tornò in campo solo tre mesi dopo l’operazione, ma la sua vita in quel momento non era facile come si potrebbe pensare, e nell’intervista sono stati raccontati senza filtri tutti i momenti peggiori.


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“E’ una frase forte da sentire, lo capisco, ma il cancro è stata la mia fortuna. Ringrazio il Signore che me lo ha mandato. Ho scoperto di essere malato subito dopo essere arrivato al Sassuolo, nel 2013. Mi sono subito operato e dopo tre mesi ero già in campo. Fuori dal campo però continuavo a comportarmi come un cretino, non da professionista. Nel novembre successivo ho avuto una ricaduta. Quando ero a casa battevo i pugni sul tavolo e gridavo da solo, non capivo perché fosse capitato a me. <<Esci dal mio corpo!>>, continuavo a ripetere questa cosa. Continuavo comunque a fare la vita di sempre. La sera continuavo ad uscire, a bere. Reagivo così alla malattia, come nessuno dovrebbe fare, restando fuori di casa fino alle 7 del mattino.

Con il tempo però ho capito che la malattia era stata un dono. Senza sarei finito a giocare in Serie B o avrei addirittura smesso completamente di giocare. Per fortuna lassù qualcuno mi ha voluto bene e mi ha mandato la malattia, altrimenti sarei finito malissimo. Oggi sono soddisfatto della persona che sono diventato, nonostante tutti i miei difetti. La morte di mio padre, quando giocavo al Milan, è stata un vero trauma. Giocavo ogni domenica per lui, ci teneva tantissimo, anche troppo a volte. Ci teneva anche più di me. Fatto sta che dopo la sua scomparsa non avevo più nessuno per cui giocare. Di certo non giocavo per me stesso. In quel momento non avevo più rispetto per nessuno, né per me né per chi mi pagava. Spesso arrivavo al campo di allenamento senza aver ancora smaltito i superalcolici della sera prima. In quel momento non me ne fregava niente, pensavo solo a giocare, tentando di divertirmi.

Quando andai al Chievo per un periodo pensai di smettere, di ritirarmi dal calcio. Volevo solo più tempo libero per me. La mia vita è stata cambiata da un bambino, Elia. L’ho conosciuto nel reparto di oncologia dell’ospedale di Udine. Sorrideva sempre, non era mai triste. Chiesi a suo padre se Elia sapesse di avere pochi mesi da vivere e lui mi disse di sì. Non capivo come potesse essere così contento nonostante la disgrazia, ma è grazie a lui se ho iniziato a cambiare la mia prospettiva di vista. Gli devo tutto. Nel 2016 non fui chiamato agli Europei, ma la colpa è solo mia. Se mi fossi impegnato di più sarei andato, sarebbe stato importante per la mia carriera. Dopo quell’evento parlai molto con il mio terapeuta, che mi fece capire tutti i miei errori. Ho scavato dentro di me e ho sbloccato certi step. Ora voglio vincere tutto”

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